.


"Credo nei valori del radicamento, della identità e della libertà; nei valori che nascono dalla tutela della dignità personale.
Sono convinto che la vita non può ridursi allo scambio, alla produzione o al mercato ma necessita di dimensioni più alte e diverse.
Penso che l'apertura al sacro e al bello non siano solo problemi individuali.
Credo in una dimensione etica della vita che si riassume nel senso dell'onore, nel rispetto fondamentale verso se stessi, nel rifiuto del compromesso sistematico e nella certezza che esistano beni superiori alla vita e alla libertà per i quali a volte è giusto sacrificare vita e libertà"
MARZIO TREMAGLIA

C’è in Italia un po’ di gente, gente giovane, e cominciano ormai a conoscersi e a contarsi, che non si sente nata a far da fedelissimo a nessuno; che saggia, sonda, sposta la visuale, rasenta a volte l’eresia, e preferisce lo sbagliarsi al dondolarsi tra gli agevoli schemi; che parla un linguaggio proprio e ha proprie e ben riconoscibili idee; che considera il presente unicamente in funzione del futuro; che ha buone gambe e una tremenda voglia di camminare

BERTO RICCI

"Se un uomo non è disposto a rischiare per le proprie idee o queste non valgono nulla o non vale nulla lui"
EZRA POUND

"
Non tutto quello che è oro brilla, nè gli erranti son perduti; il vecchio che è forte non s'aggrinza, le radici profonde non gelano. Dalle ceneri rinascerà un fuoco, l'ombra spigionerà una scintilla; nuova sarà la lama ora rotta e re quei ch'è senza corona".
J.R.R. TOLKIEN


POLITICA
26 gennaio 2010
Ex RE di PUGLIA



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politica interna
22 gennaio 2010
"Liste pulite": così la politica dà un segnale
La decisione di Giuseppe Scopelliti, sindaco di Reggio Calabria e candidato governatore della Calabria per il Pdl, di adottare un codice etico in vista delle Regionali di marzo è un fatto importante. Dal punto di vista politico e culturale. Decidere di puntare sulle “liste pulite” - ossia di evitare candidature di condannati (anche in primo grado) così come quelle di semplici indagati - proprio in Calabria è un segnale di discontinuità importante. Prima di tutto con la gestione uscente targata centrosinistra, che registra un numero importante di inquisiti all'interno della giunta regionale e non. Ma lo è anche perché non solo la sua regione, ma il Sud in generale, necessita di gesti concreti da una classe dirigente che è chiamata a dare segnali chiari in terre dove il confine tra lecito e illecito purtroppo non è così netto. Secondo Tiziana Maiolo, però, quello di Scopelliti è un errore. Anzi una scelta «gravissima e autolesionista» si leggeva ieri sul Giornale da parte dell’ex deputata. Perché, come ha scritto, prevedere questa misura anche per chi è semplicemente sospettato di mafia significherebbe di fatto esporsi alla possibilità (anche per il candidato stesso) del “pentito facile” comodo per delegittimare qualcuno quando serve. Obiezioni in parte condivisibili. Che provengono del resto da un esponente politico che ha subito un caso di accuse - nel 1996 insieme a Vittorio Sgarbi ricevette un avviso di garanzia - per il quale sia lei che Sgarbi sono stati prosciolti. Ma a queste obiezioni, e proprio per il caso Calabria, sembra necessario rispondere. Per una serie di motivi. Perché, prima di tutto, non si può non considerare il livello di infiltrazione mafiosa che ha coinvolto la giunta regionale in Calabria. Non si possono non evidenziare, poi, i fatti di Rosarno, dove il ruolo della ‘ndrangheta nella gestione dell’economia sommersa è fuori discussione. Non si può non registrare come la stessa ‘ndrangheta abbia alzato il tiro dopo le indagini e gli arresti con tanto di attacco incendiario contro la Procura generale di Reggio Calabria. Per chi infine non conoscesse le cifre, tutte le relazioni sullo stato della criminalità organizzata dimostrano come sia la mafia calabrese a essere in questo momento la più pericolosa e potente tra le organizzazioni. Insomma, sembrano essere tanti i motivi per i quali la politica in queste Regionali è chiamata a rispondere a tono a una sfiducia che al Sud si traduce spesso con l’astensione o con l’abbandono e la migrazione delle migliori forze.È vero, dall’altra parte, che esiste a volte un uso strumentale della giustizia. Non ultimo, la strana coincidenza sulle notizie sull’inchiesta della Sanità che coinvolgerebbero il governatore Nichi Vendola proprio alla vigilia delle primarie in Puglia. Così come è vero che il nodo giustizia nel paese è una delle tare strutturali che non permettono ancora un’accelerazione verso una democrazia compiuta. «Resta il rischio di un caso Tortora», ha spiegato ancora la Maiolo. «Tanti saluti al garantismo?», «Liste scritte sotto dettatura dei pm?» si chiedono ancora dal Giornale. No, non è questo il punto. E lo spiega lo stesso Scopelliti: «Non è un atto di subordinazione della politica alla magistratura ma un modo concreto per segnare la differenza con il recente passato». Già, questa scelta è anche un segnale contro gli avversari del Pd, che ancora non sono in grado di sciogliere il nodo delle candidature (tra cui quella del discusso governatore uscente Agazio Loiero). Ma non solo. Come hanno rilanciato anche Beppe Pisanu e Fabio Granata, rispettivamente presidente e vicepresidente della Commissione nazionale Antimafia, il tema della selezione della classe dirigente nel Mezzogiorno deve essere un tema prioritario tanto quanto il contrasto diretto alle organizzazioni mafiose.  E il fatto che proprio su questo argomento il centrodestra, e il Pdl in particolare, in questa regione si dimostri innovativo, è un segnale che deve essere interpretato positivamente. E deve, possibilmente, diventare esempio. La scelta di Scopelliti, dunque, si innesta all’interno di un fenomeno complesso. Da un lato nel problema dei rapporti tra politica e criminalità organizzata: e per questo, dinanzi all’emergenza, le liste pulite sono una misura drastica contro una questione che va risolta. Dall’altro come risposta a una richiesta di legalità che viene dall’elettorato e dalle forze produttrici  e sane di quella regione. Come è ovvio, ciò non risolve il problema. Ma di sicuro è un segnale che la politica dà non solo ai cittadini e alla malavita. Ma anche alla magistratura stessa. Nella speranza che anche da quest’ultima – o meglio, dalle poche eccezioni che vi sono all’interno di questa – provenga un gesto di altrettanta responsabilità: un po’ più di sobrietà nel momento in cui si avvia un’indagine.

Articolo tratto da Fare Futuro

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SOCIETA'
14 gennaio 2010
Quando Rosarno era in Francia e gli immigrati eravamo noi
Per sfuggire alla miseria erano giunti in quella terra straniera. Avevano passato i confini in tanti, spesso clandestinamente. E pur di lavorare avevano accettato una paga assai più bassa rispetto a quella degli abitanti della zona, che – tra l’altro – disdegnavano quel lavoro, considerato troppo duro e mal retribuito. Lavoravano in condizioni penose. Alcuni “abitavano” in ripari di fortuna, capanni col tetto di frasche. Tantissimi dormivano all’aperto, come capitava. Venivano tollerati a stento da chi viveva lì. Li consideravano ladri, sporchi, magnaccia e fannulloni. Per giunta le loro paghe scarse non finivano nelle casse dei negozi locali, perché cercavano di mandare tutto quello che potevano alle famiglie lontane. La rabbia esplose con un pretesto non del tutto chiaro. Fatto sta che una mattina la gente del posto attaccò i capanni che ospitavano gli immigrati: così iniziò una gigantesca caccia allo straniero, che devastò la cittadina e tutta la zona circostante.È il racconto degli scontri di Rosarno, in Calabria, magari così come potrebbe essere scritto tra qualche anno? Macché. Sembra. È un’altra storia: risale al 1893, più o meno l’epoca in cui vissero i bisnonni degli ultracinquantenni dei giorni nostri. Però è anche la “stessa” storia. Diversi i protagonisti. Le vittime della caccia all’uomo cominciata il 17 agosto di 117 anni fa furono gli italiani immigrati nella zona di Aigues-Mortes, cittadina della Camargue nel Sud della Francia. Erano lì per lavorare nelle saline. L’esito fu ben più terribile di quello calabrese. Il bilancio finale delle vittime tra gli operai italiani, linciati da una folla inferocita, non è mai stato accertato: nove secondo le stime ufficiali francesi. Il Times di Londra parlò di almeno 50 morti. Secondo altre fonti arrivarono addirittura al centinaio. Una rivolta xenofoba che pochi ricordano oggi, raccontata tra l’altro in un bel libro di Enzo Barnabà: Morte agli italiani! Il massacro di Aigues-Mortes 1893 (Infinito, 2008).Gli italiani, allora, erano chiamati dai francesi “Christos” o “Macaronis”. Erano emigranti stagionali, arrivati dal vicino Piemonte e da altre regioni per fare i braccianti. In Italia l’agricoltura era in crisi. I prezzi dei prodotti tipici dell’economia contadina erano aumentati. In Piemonte, poi, i vigneti erano decimati da malattie come fillossera, iodio, peronospora. Il lavoro era scarso e pagato pochissimo. Così non restava che emigrare. Il ricercatore piemontese Alessandro Alemanno scrive che «il lavoro in salina era duro, scarsamente remunerato, e si svolgeva in un ambiente paludoso, dove sempre erano in agguato le febbri malariche… Da secoli l’estrazione del sale era occupazione riservata quasi esclusivamente agli ex galeotti, ma proprio nel 1893 la Compagnia delle saline aveva assoldato 600 italiani». Scrive lo storico francese Jean-Claude Hocquet: «Tutti questi operai lavoravano in condizioni penose, esposti tutto il giorno a un sole ardente, con gli occhi bruciati dal bagliore accecante dei cristalli di sale che scintillavano al sole, senza altra ombra dove riposare gli occhi che non fosse quella del cappello a larghe falde, coi corpi che gocciolavano di sudore, coperti di graffiature, scorticati dal canestro di vimini, mal protetti da una tela di sacco gettata sulla spalla, con le mani tagliate dai cristalli di sale, calzando zoccoli di legno guarniti di paglia». Eppure il settimanale Mémorial d'Aix allora scriveva: «Gli italiani cominciano ad esagerare con le loro pretese:  presto ci tratteranno come un paese conquistato». Poi: «Generalmente sono di dubbia moralità, [fra loro] il tasso di criminalità è elevato: del 20%, mentre nei nostri non è che del 5%». Sul quotidiano Le Jour si chiedeva al Governo d’Oltralpe di proteggere i francesi «da questa merce nociva, e peraltro adulterata, che si chiama operaio italiano». È passato oltre un secolo da quei tragici avvenimenti. Però – leggendo quelle valutazioni - sembra di scorrere commenti o di ascoltare dichiarazioni concepiti nell’Italia dei nostri giorni, durante i fatti di Rosarno e in occasione di precedenti casi di intolleranza. Anche ad Aigues-Mortes ci fu chi – tra i francesi – cercò di evitare la tragedia: è il caso di un prete. Pure in quel caso amministratori pubblici e politici avevano fatto da sponda all’odio xenofobo crescente per cercare di raccogliere consensi elettorali. Dietro quella strage di fine Ottocento, certo, c’era un groviglio di tensioni locali, nazionali e internazionali che contribuirono ad alimentare l’intolleranza (il libro di Barnabà ne offre il quadro). Così come dietro gli scontri in Calabria c’è una situazione molto complessa, incluso il ruolo non secondario svolto dalle cosche della ’ndrangheta. Parlare del contesto in cui questi fenomeni maturano e si consumano richiederebbe molto spazio; per giunta la storia dell’emigrazione italiana nel mondo è costellata di altri eventi che dovrebbero indurci a riflettere sull’immigrazione in Italia. Tuttavia è chiaro che la barbarie è dietro l’angolo. E che il ruolo di vittime e carnefici è intercambiabile. Forse la storia – visto quel che continua a succedere – non riesce davvero ad essere “maestra di vita”. In ogni caso sapere chi siamo e da dove veniamo può servirci, per lo meno ad essere consapevoli dei nostri errori: «La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso… - canta Francesco De Gregori - La storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano».

Articolo tratto da ffwebmagazine, periodico della fondazione Fare Futuro.



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SOCIETA'
10 gennaio 2010
MAFIA- RAZZISMO - TOLLERANZA
"Siamo dalla parte di chi pensa che la “tolleranza sbagliata” che si esprime nel Mezzogiorno è troppe volte quella verso i mafiosi di ogni ordine e grado. Questo, ovviamente non esclude il rigore nei confronti dell’immigrazione clandestina. Anzi. Rigore che, però, deve essere espresso allo stesso livello anche nei confronti di qualsiasi delinquenza italiana. Altrimenti c’è qualcosa che non funziona. Qualcosa che si chiama razzismo". Filippo Rossi.

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POLITICA
7 gennaio 2010
Ecco perché (a destra) la Polverini fa paura
Ecco spuntare, a mo’ di dossier, l’immancabile lista dei “vizietti” della leader dell’Ugl. Che, neanche a dirlo, tendono a dipingere la Polverini come la colonna delle “tute blu” della sinistra nel centrodestra. Prima di tutto, si legge sul Giornale, Renata non rappresenterebbe appieno lo spirito del berlusconismo: troppo sociale, dicono. Ma da quando spiegare di essere favorevoli a un “socialismo buono” (dinanzi allo sfracello della crisi economica, che è una crisi del sistema liberal-capitalista prima di tutto) è considerata eresia? E allora spiegatelo ai tantissimi socialisti – mai pentiti! – che compongono le fila del Pdl e del governo in carica in particolare. [...]

“Di sinistra”, “Sembra Gramsci”, “Piace a Veltroni”, tutte storie. Il discorso politico, probabilmente, è un altro. Non è che la Polverini fa paura anche a destra perché rappresenta un altro modello politico? Non è che “Renata” intimorisce perché è la dimostrazione di come esista, proprio in termini di voti, la possibilità che nel dibattito fra gli schieramenti entri autorevolmente un modo garbato di fare politica? È possibile che proprio quando la sinistra non ha argomenti validi - né tantomeno nessuna improbabile scusa per sostenere che siano “loro” le idee che manifesta la Polverini – nasca una disputa pseudo-ideologica? Non era stato il premier stesso a distruggere questo corollario spiegando come governo in carica attuasse “politiche di sinistra”, perché quest’ultima incapace nella sua precedente gestione?  È possibile, ci chiediamo ancora, che una candidatura così prestigiosa (e che ha tutti i sondaggi, sì i “maledetti” sondaggi a favore) sia messa in discussione da chi dovrebbe trarre giovamento da una vittoria larga del centrodestra alle Regionali (che, come si sa, sono elezioni di mid term per il governo)? Mistero. O forse no?

Stralcio di articolo tratto da Fare Futuro

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POLITICA
4 gennaio 2010
SUCCEDE A MOLA DI BARI...
(1 ex DS + 1 ex membro dei Circoli della Libertà + 1 ex popolare) / 3 =
CENTRO DEL BUON GOVERNO.

Anche in politica la matematica non è un'opinione. E guai a parlare di incoerenza...

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POLITICA
28 dicembre 2009
Conferenza di fine anno di Stefano Diperna
Anche quest'anno si rinnova il tradizionale appuntamento con la stampa e i cittadini molesi per tracciare un bilancio sull'attività amministrativa svolta e i risultati ottenuti in questi primi cinque mesi di attività di Assessore Provinciale alla Pubblica Istruzione e all'Edilizia Scolastica.
Appuntamento martedì 29 dicembre, alle 18.30, presso la sala interna del Bar degli Amici in Piazza degli Eroi, a Mola di Bari.

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POLITICA
22 dicembre 2009
Presentazione di Stefano Diperna Sindaco
Domenica 27 dicembre alle ore 11:00, presso la sala convegni del Palazzo Roberti in Piazza XX settembre, si svolgerà una conferenza stampa organizzata dai partiti del Popolo della Libertà, UDC, Partito Liberale, Io Sud ed i movimenti civici a sostegno della candidatura a primo cittadino di Mola di Stefano Diperna.
La coalizione a sostegno di Diperna compie così una scelta naturale nell’indicare l'attuale Assessore alla Pubblica Istruzione ed Edilizia Scolastica alla Provincia di Bari.
La candidatura di Stefano Diperna è altresì fortemente voluta dai cittadini molesi, che invocano un radicale cambiamento di rotta sul modo di far politica e cercano risposte serie ed incisive per una diversa gestione della macchina amministrativa comunale.

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SOCIETA'
7 dicembre 2009
I "barbari" siamo noi
I barbari sono tra noi. I barbari non arrivano da oltre confine, non sono extraterrestri, non sono gli immigrati, non sono l’uomo nero. Non sono clandestini. I barbari non si chiamano con nomi diversi. Sono dei signor Rossi, come noi. Sì, i barbari hanno nomi italiani, sono figli di questa terra. I barbari sono già qui. Per vederli, per riconoscerli, dovremmo guardarci allo specchio senza andare troppo lontano. I barbari si chiamano Cip e Ciop, a vederli non fanno paura, nemmeno ai bambini. I barbari sembrano inoffensivi. Sono a Pistoia. Ma anche a Palermo, e a Torino e a Napoli e a Milano. A Roma. Possono essere ovunque. I barbari schiaffeggiano i bambini. Rapinano, uccidono, stuprano. I barbari sono i mafiosi, i camorristi, gli 'ndranghetisti. I barbari sono quelli che sanno solo odiare anche se pensano di amare se stessi.

I barbari si nascondo tra noi. Hanno le nostre facce, i nostri vestiti. Si confondono, non si mettono il chador. I barbari mangiano gli spaghetti e le lasagne. La pizza e le tagliatelle. Bevono vino. E festeggiano quando l’Italia vince ai mondiali. Sventolano la bandiera. I barbari vanno a messa la domenica. Pregano il nostro Dio. Fanno il presepe. E l’albero di Natale. I barbari sono i nostri vicini di casa. Credono nella famiglia. Nelle vene gli scorre il nostro stesso sangue. Fanno le corna e dicono le parolacce. Parlano la nostra lingua. La loro prima parola è stata mamma. La seconda papà. Vivono come noi. I barbari hanno passaporto italiano, votano alle elezioni, scelgono i nostri partiti. Si arrabbiano come noi. Sono di destra e di sinistra.

I barbari sono compatrioti, conterranei, compaesani. Non sono stranieri. Sono madri e padri di famiglia. Sono nati italiani da genitori italiani. Hanno il cuore tricolore. Hanno le nostre radici, la nostra tradizione, i nostri e costumi. La nostra identità. I barbari non sono multietnici. E nemmeno multiculturali.
I barbari non sono gli altri. I barbari siamo noi che vediamo i barbari solo negli altri.

Articolo di Filippo Rossi tratto da Fare Futuro.



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POLITICA
26 novembre 2009
Popolo e libertà. Ma queste parole hanno un senso o no?
di Filippo Rossi

I nomi dovrebbero avere un senso. Quando è stato deciso “Popolo della libertà” forse qualcuno avrebbe dovuto soffermarsi un po’ di più sul significato profondo di una scelta che non può essere derubricata a semplice slogan propagandistico. A specchietto per le allodole. Anche perché, in un periodo in cui non si fa che parlare di traditori e tradimenti, qualcuno potrebbe cominciare a pensare che i veri traditori sono quelli che si nascondono dietro quelle due parole, popolo e libertà, per fare e pensare tutt’altro. Chi è il vero traditore? Chi, senza mettere in discussione l’azione di governo e senza attacchi personali, cerca di descrivere, pensare, magari sognare, una destra altra rispetto a una vulgata, certamente legittima, ma che può, altrettanto legittimamente, non piacere? Oppure il vero traditore è chi parla di popolo e libertà e, intanto, pensa a un partito fondato e costruito sulla formula del “centralismo democratico”? Le differenze, le diverse sensibilità, secondo questa convinzione, devono rimanere all’interno, nelle stanze dei bottoni di una struttura che così diventa, oggettivamente, monolitica, burocratica, chiusa. Asfittica. E all’esterno il dovere di diventare un blocco unico, una falange armata. Militare. Esercito in battaglia. Ma è proprio questa idea guerriera, paurosa, di una politica separata in un dentro e in un fuori, di un partito diviso dalla società “civile”, che tradisce nel profondo l’intuizione di dare vita a un popolo della libertà, di creare una piazza pubblica, una agorà, aperta alle sollecitazioni, al dibattito, alle differenze. Gaetano Quagliariello ha spiegato il “nuovo” centralismo democratico del Pdl citando l’anglosassone e ottocentesco William Ewart Gladstone: «Tra la propria coscienza e il proprio partito, un gentiluomo sceglie sempre il partito». Ecco, forse sta qui il punto: c’è invece chi è convinto che un uomo, prima di tutto, prima di ogni altra cosa, debba scegliere la propria coscienza. E questo è ancora più vero se, come è successo, non si fa parte di un partito ma di un popolo. Di un popolo della libertà. Se le parole hanno ancora un senso…

Articolo tratto da Fare Futuro

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POLITICA
21 novembre 2009
UNA NUOVA POLITICA
Siamo convinti per davvero che con la caduta del muro il paesaggio ideologico, interno e internazionale, sia cambiato nel profondo. Siamo convinti per davvero che quelle categorie che ancora resistono, imperterrite, al flusso della storia, non siano altro che vecchi contenitori vuoti. Siamo convinti per davvero che le differenze non possano più essere quelle di prima, e che non si possano più misurare con i parametri di prima. E siamo convinti per davvero che adesso, nella post-modernità, l’idea di costruire o “restaurare” un bipolarismo valoriale costruito su barricate distrutte dal tempo, sia una follia. Una follia inutile, per giunta. E magari anche dannosa.

Stralcio di articolo di Filippo Rossi tratto Fare Futuro



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5 novembre 2009
Feltri e il Predellino contro di noi...ancora una volta
di Filippo Rossi

E vabbè, ci tocca rispondere un'altra volta. Di fronte agli attacchi scomposti e ossessivi del direttore del Giornale Vittorio Feltri avevamo preferito buttarla sul ridere e ricordare il buon Comunardo Niccolai e i suoi epici autogol. Ma adesso, di fronte alla rimbrottata del Predellino, abbiamo il dovere di essere più seri. 

Cosa dice il Predellino? «Ha perfettamente ragione Vittorio Feltri quando chiede di togliere dalla formazione e di svincolare il cartellino di chi tira volontariamente nella propria porta, come fanno quotidianamente i tafazziani di Farefuturo». A parte che ci dovremmo mettere a discutere a lungo per capire che cosa ci sia di autolesionista nel ragionare con la propria testa, entrando nel dibattito politico e culturale con le proprie idee; ma non riusciamo davvero a capire perché mai gli amici del Predellino e del Giornale continuino imperterriti in una tattica “di gioco” basata sulla difesa a oltranza. Catenacciara. Di cosa hanno paura? Di piccole “squadrette” come Ffwebmagazine o come il Secolo? Di qualche presunta idea “fuori luogo” e “fuori posto”? Da cosa si sentono accerchiati? Sia detto con simpatia affettuosa: con questo atteggiamento in campo non assomigliano per nulla a quel grande Milan di Silvio Berlusconi che ha fatto del gioco d'attacco una vera e propria filosofia. Assomigliano molto di più alla vecchia Italia catenacciara che magari portava a casa il risultato ma che, alla fine, veniva davvero a noia. 



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30 ottobre 2009
Caso Cucchi: tutta la verità, oltre ogni logica omertosa
di Filippo Rossi

Verità. Naturalmente verità. Verità e legalità per tutti, ma proprio tutti: in fondo è semplice. Deve essere semplice. Perché uno Stato democratico non può nascondersi dietro la reticenza degli apparati burocratici. Perché verità e legalità devono essere “uguali per tutti”, come la legge. Non è possibile che, in uno Stato di diritto, ci sia qualcuno per cui questa regola non valga: fosse anche un poliziotto, un carabiniere, un militare, un agente carcerario o chiunque voi vogliate. Non può esistere una “terra di mezzo” in cui si consente quello che non è consentito, in cui si difende l’indifendibile, in cui la responsabilità individuale va a farsi friggere in nome di un “codice” non scritto che sa tanto, troppo, di omertà tribale. La vicenda è quella di Stefano Cucchi, trentenne romano arrestato all’alba di venerdì 16 ottobre e restituito alla famiglia giovedì 22, cadavere, con la faccia completamente tumefatta, gonfia, l’occhio rientrato nell’orbita, la mascella fuori posto, i denti spezzati, lividi e lesioni in tutto il corpo. Cosa è successo a Stefano, un ragazzo di appena quaranta chili? Come è morto? Le domande sono semplici. Le risposte lo devono essere altrettanto. Perché non è possibile che un ragazzo muoia così, lontano dai genitori, dagli affetti, senza che nessuno dia una risposta chiara, senza che nessuno si assuma le responsabilità di quanto è successo. Qualsiasi cosa sia successo. Ecco la storia: secca, senza fronzoli, senza retorica, così come raccontata dal Secolo d’Italia.
Stefano arriva a casa, nella zona Casilina, nella notte tra giovedì e venerdì, accompagnato da due carabinieri in borghese. Lo hanno fermato poco prima, gli hanno trovato in tasca venti grammi di marjuana, una dose di cocaina e due pasticche. Cercano altra droga, probabilmente lo sospettano di spaccio. Nulla viene trovato, ma Stefano viene comunque portato via in vista del processo per direttissima, fissato per venerdì alle 9. Quando arriva in aula è già un’altra persona. Si dichiara colpevole di detenzione di droga “in quanto consumatore”, viene rinviato a giudizio ma sta così male che il giudice lo spedisce all’ambulatorio del Palazzo di Giustizia. Il referto conferma problemi gravi alla schiena e alle gambe e il giudizio – generico ma inequivocabile – viene dall’infermeria di Regina Coeli che manda Stefano al Fatebenefratelli per fare radiografie alla schiena e alla testa: esce fuori la frattura di due vertebre, ma il ragazzo viene riportato in cella. Sabato mattina nuova corsa all’ospedale, al Pertini. Il detenuto sta male, finalmente alle nove di sera qualcuno pensa di avvertire la famiglia che si precipita al “padiglione detenuti” del grande ospedale romano e trova un piantone irremovibile: «Niente visite, tornate lunedì. E comunque non preoccupatevi. Non è niente di grave». La storia si ripete lunedì. Poi martedì. E il giorno dopo, mercoledì, il padre di Stefano ottiene finalmente un regolare permesso di colloquio dal tribunale di roma, ma controfirmato da un ufficio di Regina Coeli che chiude alle 12,45. Il tempo non basta, tutto rinviato a giovedì. Ma giovedì mattina, alle 6,20, Stefano muore. Di “morte naturale” scrive il medico di turno. Inutile citare Il processo di  Kafka, inutile citare il Sud America, e nemmeno la Turchia di Fuga di Mezzanotte. Inutile ogni retorica. E inutili le parole. L’unica cosa utile, a questo punto, è la verità. Tutta la verità. Il resto non conta.

Articolo tratto da 'Fare Futuro'.




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POLITICA
26 ottobre 2009
Una cosa è sicura, non moriremo leghisti
C'è un centrodestra diverso. Non è un reato, basta ammetterlo

“Non moriremo democristiani”, si sentiva spesso scongiurare. Ecco, oggi possiamo dire che c’è una parte (consistente) di centrodestra che non vuole morire leghista. Per tanti motivi. Perché, innanzitutto, riconosce l’esistenza di qualche differenza “pesante” di visione e di sensibilità. E, pur senza cedere agli allarmismi di chi – è il caso del sottosegretario Miccichè intervistato dal Corriere della Sera di oggi – condanna all’inesistenza il Pdl («un partito del presidente») e bolla il governo come «monocolore della Lega», qualche timore sul futuro di un centrodestra a trazione verde inizia ad avercelo.Perché l’apologia della ronda è diversa dall’invito all’integrazione; perché il localismo sfrenato è altra cosa rispetto al “patriottismo repubblicano”; perché festeggiare i 150 anni dall’Unità d’Italia proponendo l’insegnamento del dialetto nelle scuole non corrisponde affatto ai progetti di chi vorrebbe per l’occasione ridare al paese un’idea di nazione. Non si tratta di “mondi diversi”. Ma, questo sì, di approcci diversi. Se da una parte si propone l’ora di islam facoltativa per i bambini musulmani, e dall’altra anziché argomentare si risponde che “di questo passo non festeggeremo più neanche il Natale”, c’è qualche problema di comunicazione, non c’è che dire. E se a chi parla di accoglienza dei richiedenti asilo in nome delle convenzioni internazionali firmate dall’Italia, dall’altra si oppone la necessità di ributtare tutti a mare, le divergenze ci sono. E senza entrare nel politichese, senza provare a districarsi nella tattica quotidiana, senza voler fare riferimento alle trattative estenuanti (Tremonti vicepremier in quota leghista, il rebus delle candidature alle regionali, eccetera eccetera), si tratta di visioni culturalmente diverse. E, piaccia o no, al momento paiono dal punto di vista culturale molto distanti. Tra chi si nutre di propaganda, e chi non considera “pragmatismo”, “dialogo” e “pacatezza” terribili parolacce. Tra chi non ha paura di maneggiare un tema esplosivo come l’integrazione facendo ricorso – in modo più o meno velato – agli istinti xenofobi di una società indebolita, e chi cerca di immaginarsi l’Italia di domani senza la presunzione di poter arginare la storia. Insomma, questa differenza c’è, ed è inutile nasconderla. Non è un reato vedere il mondo in maniera diversa. Basta ammetterlo. E in questo caso non si tratta di una frangia o di una minoranza “pignola”: assai probabilmente, è un sentire più diffuso di quanto si pensi, fra le donne e gli uomini che si riconoscono nel centrodestra. E che, non hanno alcuna intenzione di sentirsi costretti, alla fine, a morire leghisti. 

Articolo  tratto da Fare Futuro



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SOCIETA'
24 ottobre 2009
Il dovere morale di uscire dalla melma
Non sappiamo nulla di preciso della vicenda che riguarda Piero Marrazzo. E, sinceramente, ci interessa anche poco approfondirne i particolari pruriginosi. È una vicenda oscura di ricatti e di sesso che, se ce ne fosse ancora bisogno, è l'ennesima dimostrazione che in Italia tira davvero una brutta aria. Ed è di questa aria irrespirabile, fatta di accuse personali, di sospetti e di dossier, che ci interessa parlare. C’è un clima tossico, insostenibile per un paese civile. Perché quando il dibattito politico imbocca la strada dei ricatti personali, significa che il sistema democratico è arrivato a un punto oltre il quale c’è solo una degenerazione da cui, poi, è difficile tornare indietro. Lo stiamo dicendo da qualche tempo: così non si può più andare avanti. Il paese rischia di scollarsi da chi lo rappresenta, stanco di dover sopportare l'odore fetido che si alza dagli effluvi invasivi di una politica che con la “normalità” non ha nulla a che vedere. E sono effluvi che possono, davvero, trasformasi in quella “pioggia acida” di cui parlava Giuseppe Pisanu qualche giorno fa, che rovesciandosi sopra una società italiana già fragile e fiaccata, la avvelenerebbe irrimediabilmente. Ecco, quel clima da “anni Settanta” che in tanti temono possa riapparire all’orizzonte della nostra storia, si nutre anche, soprattutto di questo. È difficile tornare indietro. Ed è anche difficile rimanere immuni da un dibatto che si trasforma, giorno dopo giorno, in chiacchiere da osteria di infima categoria. È difficile, ma va fatto. Uscire dall’osteria per tornare alla politica: è questo l'unico modo per salvare l'Italia, per portarla fuori da una situazione che potrebbe non prevedere salvezza per nessuno. La barbarie, l'ordalia diffusa, gli argomenti sostituiti dall’insulto, il legittimo confronto trasformato in una lotta nel fango, l’inconsistenza delle idee nascosta dietro una coltre di attacchi personali, di insinuazioni e di ombre. Sono tutti fenomeni montanti che appannano la visione del futuro. E gli uomini di buona volontà hanno il dovere – morale prima che politico – di opporsi con tutte le loro forze a questa deriva.

Articolo tratto da Fare Futuro



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POLITICA
22 ottobre 2009
Caro Tremonti, come suona strana quella frase...
«Io non credo che la mobilità sia di per sé un valore per una struttura come la nostra». Questa frase, anche a rileggerla, suona un po’ strana, per una serie di ragioni. La prima: a pronunciarla è stato Giulio Tremonti, ministro dell’Economia e non solo. Giulio, super Giulio Tremonti è di più di un “semplice” ministro. Tremonti è l’uomo simbolo dell’oggi, è lui l’uomo del presente, che ha scelto di prendersi sulle sue spalle l’onere, e forse l’onore, di affrontare concretamente la famigerata crisi, di gestire un passaggio importante, di traghettare il Bel Paese fuori dalla Brutta Crisi e dentro un Sereno Presente.

Ma proprio per questa ragione, perché Tremonti è il concreto traghettatore verso la soluzione dei problemi (o almeno di alcuni, certo dei più pressanti), allora suona strano che proprio lui pronunci una frase del genere, quasi di resa e di rinuncia. Una frase, in fin dei conti, più utile a evocare un mondo utopico, piuttosto che  la “nostra struttura”, più adatta a resuscitare il bel passato che fu piuttosto che a raccontare il Sereno Presente che sta arrivando (se lo sta facendo).La seconda ragione per cui la frase suona strana sta tutta in un solo piccolo, significativo, troppo significativo, aggettivo. Nostra. Ma nostra di chi? La nostra struttura dovrebbe forse coincidere con italiana, nostra perché di tutti noi. Sarebbe bello, certo, ma “tutti noi” viviamo società diverse, Italie diverse, non esiste, almeno non oggi, l’Italia armoniosa e ricomposta, in cui le fratture sociali sono riconciliate. Forse lo saranno, ma non oggi, non durante la Brutta Crisi. Il pensionato e il precario non vivono, infatti, la stessa irenica armoniosa nostra struttura. I precari, ossia le persone cui probabilmente è riferita la frase del ministro, non hanno la stessa idea di mondo e di lavoro dei propri padri. Semplicemente perché non possono o non vogliono averla. Sono diversi, sono precari, per necessità o per scelta.
La precarietà, infatti, quando è una scelta è bella ed è flessibilità, libertà da desiderare, possibilità di comporre e ricomporre il proprio tempo e il proprio profilo professionale. La precarietà, invece, quando è necessità è brutta, è precarietà e basta, e allora può anche impedire non solo di realizzare ma di immaginare un progetto di vita, affettivo o professionale che sia. In sostanza la precarietà è bella ed flessibilità nei paesi in cui c’è mobilità sociale, ricambio, merito, dinamismo. Forse, allora, non ora, non qui.
La frase di Tremonti suona strana, allora, perché è compito anche del traghettatore migliorare le condizioni per un paese più dinamico ma meno nostalgico di un passato che, comunque, non torna. La frase di Tremonti può andare bene per essere una confessione privata, detta tirando un sospiro pensieroso, con le mani poggiate sulle ginocchia e un’occhiata socchiusa, un po’ paternalista. Ma va bene se a pronunciarla è qualcuno che non ha il compito di gestire il presente e di incidere sulle dinamiche economiche e quindi sociali dell’Italia. E sa farlo bene, è il suo mestiere, ed è il più credibile e competente per metterlo in pratica. Il punto è un altro: la politica non può, e non deve, dipingere un presente nero e sospirare perché non ne esiste uno roseo.  Ne è responsabile, e lo sarà del futuro, non deve parlare di utopie ma di strumenti per rendere non solo possibile ma anche felice e facile un progetto di vita. Se la politica tira un sospiro paternalista allora fa tristezza, perché lascia senza speranza. Per questo quella frase suona strana.

Articolo tratto da  Fare Futuro



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SOCIETA'
18 ottobre 2009
Perché "proteggere" Saviano è un dovere morale
L’exemplum, nella società medievale, era una vicenda da narrare per dimostrare la rettitudine di un pensiero. E Roberto Saviano, per i giovani meridionali desiderosi di giustizia, ha fatto proprio questo. La sua storia è diventata una narrazione “esemplare” di una vita. La sua storia è diventata un simbolo. Ecco che la discussione sulla legittimità della sua scorta – lanciata dal capo della squadra mobile di Napoli – oltre a risultare probabilmente fuori luogo, è il segno che la forza del fenomeno che ha generato la vicenda dello scrittore campano non è stato ancora compreso. Dire che Saviano non deve essere protetto significa “devitalizzare” un simbolo. Non è nient’altro che sostenere che quella storia è falsa. Che non è vero.

E, per proprietà transitiva, che tutto sommato probabilmente il fenomeno criminalità organizzata non è così feroce come è stato descritto. Non si tratta qui di sindacare sull’opinione di un tecnico, come quella del capo della squadra di Napoli. Un poliziotto, abituato nella quotidianità a combattere la camorra, non utilizza di certo il linguaggio della politica né tanto meno quello diplomatico delle istituzioni. Ma quello della trincea, di chi combatte in prima persona perché la malavita non opprima più. Per questo le parole del capitano vanno comprese, non strumentalizzate. Ma purtroppo su quello che è stato detto si è scatenata, assieme con le letture dietrologiche, la solita polemica. Con le solite barricate urlanti.  La cosa peggiore e, permettetecelo, squallida è utilizzare Saviano come protesi della bagarre politica. Sia da una parte che dall’altra. Da un lato gli agit-prop antigovernativi, dall’altro chi – proprio perché lo considera funzionale a questi – ritiene che lo scrittore campano sia un fenomeno esclusivamente mediatico. Ambedue, insomma, stanno impiegando anche l’autore di Gomorra in un’inutile guerra di logoramento politica. E queste posizioni diventano, poi, strumento di tutto quel chiacchiericcio su Saviano (dal «Si è arricchito con la sua denuncia» al «Ci sono tanti altri che scrivono contro la camorra e non vivono sotto scorta») dietro al quale si cela proprio chi per i suoi interessi vuole che di camorra non se ne parli. «Chi fa questo discorso – scrive oggi lo scrittore stesso su Repubblica – ha un unico scopo, cercare di isolare, di interrompere il rapporto che ha permesso in questi anni di portare alla ribalta nazionale e internazionale molte inchieste e realtà costrette solo alla cronaca locale».È un fatto che un’attenzione di massa al fenomeno della camorra sia emersa solo dopo la pubblicazione di Gomorra. Sono state quelle parole, la forza narrativa che ha preso quella rabbia che ha creato un pathos nel quale tutto il paese si è ritrovato. Se i Casalesi, Scampia e Secondigliano sono diventati un fenomeno su cui sono puntati i riflettori nazionali e non solo lo si deve anche all’opera di informazione del giovane scrittore. E, come è ovvio, tocca agli inquirenti, alle forze politiche e allo Stato fare il resto. Perché le mafie, come ha spiegato il presidente della Commissione nazionale antimafia Giuseppe Pisanu, se si vogliono sconfiggere si combattono come “questione nazionale”. Perché se i dati dell’ultima relazione del Censis illustrano come un italiano su  cinque è vittima della mafia significa che quello che ha raccontato Saviano sugli interessi economici nel centro-nord non sono storielle. Contro questo fenomeno tutti devono essere coinvolti: politica, magistratura, forze dell’ordine e la società. L’errore, perciò, è pretendere da Saviano quello che oggettivamente non spetta a lui. Del resto lo dice lui stesso: «Io non sono un poliziotto, né un carabiniere, né un magistrato. Le mie parole raccontano, non vogliono arrestare, semmai sognano di trasformare». Per questo uno scrittore non può mettere in conto la propria vita perché utilizza la libertà di parola. Ecco che il senso di quella scorta è un simbolo dello Stato stesso che tutela una delle sue funzioni dinanzi alla prepotenza dell’antistato: «Non in mio nome – dice Saviano – ma nel nome proprio: per difendere se stesso e i suoi principi fondamentali. Tutte le persone che lavorano con la parola e sono scortate in Italia, sono protette per difendere un principio costituzionale: la libertà di parola. Lo Stato impone la difesa a chi lotta quotidianamente in strada contro le organizzazioni criminali. Lo Stato impone la difesa a magistrati perché possano svolgere il loro lavoro sapendo che la loro incolumità fa una grande differenza. Lo Stato impone la difesa a chi fa inchieste, a chi scrive, a chi racconta perché non può permettere che le organizzazioni criminali facciano censura. In questi anni, attaccarmi come diffamatore della mia terra, cercare di espormi sempre di più parlando della mia sicurezza, è un colpo inferto non a me, ma allo stato di salute della nostra democrazia e a tutte le persone che vivono la mia condizione». A proposito. L’europarlamentare del Partito democratico Rosario Crocetta – l’ex sindaco di Gela condannato a morte dalla mafia per la battaglia in nome della legalità in uno dei luoghi più difficili della Sicilia e per questo da anni sotto protezione – non ha ancora una scorta a Bruxelles per un motivo assurdo: in Belgio non riconoscono la mafia come un problema e per questo non intendono assegnargli la scorta. Come si vede, a Bruxelles non comprendono che il sistema mafioso ha assunto da tempo i caratteri di una multinazionale. Sia per i traffici economici che per la violenza. Anche per questo, dunque, Roberto Saviano deve continuare a scrivere. E ad essere protetto dallo Stato. Da tutti noi. Come persona e come simbolo.

Articolo tratto da Fare Futuro



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SOCIETA'
17 ottobre 2009
Omofobia, che peccato: un'occasione sprecata
Che peccato. La legge sull’omofobia presentata da Paola Concia, affossata alla Camera per le pregiudiziali di incostituzionalità, si sarebbe dovuta approvare all’unanimità. Perché non si può che essere d’accordo –  se si crede nei principi che fondano uno Stato libero e democratico – nella lotta all’intolleranza, al razzismo, alla discriminazione. Discorsi affrontati già da tempo, anche qui sul nostro magazine. Insomma, oggi poteva essere una bella occasione per una legge condivisa, e necessaria. Come ha detto poco dopo la votazione Benedetto Della Vedova, deputato del Popolo della libertà, la gestione della pratica da parte del Pd è stata semplicemente “demenziale”. E però, ha aggiunto, «il Pdl avrebbe dovuto sottrarsi dalla logica miope e opportunistica del Pd e consentire, bocciando la pregiudiziale dell'Udc, la prosecuzione dell'iter parlamentare di un provvedimento, che poteva essere corretto, ma non affossato, proprio nei giorni in cui si susseguono quasi quotidianamente episodi di violenza contro le persone omosessuali». Un’occasione sprecata in nome dei soliti meccanismi da guerra dei bottoni. Votare contro a prescindere. Far naufragare una legge non tanto per il contenuto, ma perché l’hanno proposta gli “altri”. Così il merito (sacrosanto) di un provvedimento di civiltà si perde per strada, fra i fuochi incrociati. Così a vincere è stato chi voleva colpire proprio il cuore della proposta (perché gli omosessuali non vanno tutelati, senza se e senza ma). E ci è riuscito trovato facile appiglio in qualche cavillo, come al solito. Un’occasione sprecata anche e soprattutto per il centrodestra italiano. È stato esplicito, al riguardo, Fabio Granata, anche lui deputato del Pdl: «Il voto favorevole alla pregiudiziale sull'omofobia, alcune proposte sui simboli religiosi e alcune dichiarazioni contrarie a politiche di integrazione e cittadinanza che strumentalizzano vergognosamente alcuni episodi di fondamentalismo testimoniano quanta strada ci sia ancora da fare per costruire un Pdl non appiattito culturalmente, prima ancora che politicamente, sulla Lega e su posizioni non in linea con le moderne destre europee».Al di là di tutto, e per più di un motivo, un’occasione sprecata. Ma si sa, legiferare a proposito di omosessualità in Italia è ancora problematico (e non solo a destra). La teoria della “deriva” (di quelli che dicono che se riconosciamo il reato di omofobia, nel giro di pochi anni i gay adotteranno i bambini) fa ancora molti proseliti, in Parlamento. Ma non nel paese. E così, alla fine, come in questo caso, a rimetterci è sempre il buon senso.

Articolo tratto da Fare Futuro



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politica interna
12 settembre 2009
Ipotesi di Destra moderna ed eretica

Siamo in pochi, ma un giorno saremo in tanti

Lo diciamo subito: abbiamo una certa difficoltà a rispondere all’articolo con cui Vittorio Feltri ieri ha “picconato” Gianfranco Fini. Non per le argomentazioni che presenta, ma per la frase conclusiva – «consiglio non richiesto: rientri nei ranghi» – che ci pare una gentile metafora dell’antico «tornate nelle fogne» e scuote persino il nostro rinomato aplomb. Ma la civiltà del confronto richiede dialogo comunque, e dialogo sul merito. Allora, ecco qui. Feltri contesta a Fini di «fare retromarcia su immigrazione, biotestamento e persino sui gay». È la metafora del “compagno Fini” che – peraltro – è stata costruita proprio dal Giornale nel febbraio scorso, quando Stenio Solinas indicò il presidente della Camera ome «leader ideale» del Pd riferendosi ai moniti sui diritti degli immigrati, sulla laicità dello Stato e contro il cesarismo. Si era allora in tutt’altra fase politica, all’antivigilia del congresso di fondazione del Pdl. L’articolo su Fini «leader del Pd» fu derubricato a una provocazione-scherzo, anche perché aveva la leggerezza del corsivo ed era firmato da una persona che proviene dal nostro mondo e che almeno all’epoca della sua giovinezza sullo “sfondamento a sinistra” non avrebbe avuto nulla da obiettare.
Adesso, con la firma del direttore Vittorio Feltri e quel titolo a tutta pagina sbattuto nelle rassegne stampa («Dove vuole arrivare il compagno Fini»), la polemica assume un altro sapore. Anche perchè chi segue Feltri sa bene che la libertà intellettuale del presidente della Camera è stata sempre apprezzata dal giornalista milanese, persino nelle incandescenti giornate del dicembre 2007, quando Feltri invitava Forza Italia ad ascoltare Fini perché – scriveva allora su Libero – «non ha tutti i torti» e inoltre «è considerato l’uomo politico più stimabile», non lo si può «scaricare con una scrollatina di spalle». Continuava Feltri, entrando nel merito di temi politici: «Anche io come Fini non sono mai stato fascista pur apprezzando le opere di Mussolini (quelle buone). Come lui sono laico e ai referendum di alcuni anni fa (fecondazione assistita) votai una sfilza di sì. Come lui penso che studiare il Corano non conduca all’islam e semmai allontani da esso. Come lui penso che la destra debba evolversi e abbandonare posizioni bigotte, antiquate». Non basta?
Andiamo avanti. «La spiritualità, i valori della religione, Dio, la speranza di andare in paradiso e tutte quelle belle cose sono affari strettamente personali, non prerogative di un partito». E ancora: «Fini non è credente? Non lo sono neanche io. E allora? Ci condanni al rogo? Curioso. Non mi fido di chi impone la sua fede e i suoi pregiudizi per statuto. Preferisco la libertà e me la prendo ». A corredo del pezzo, un titolo significativo: «Meglio Fini di chi vuole imporre tutto». Questa lunga citazione ci dice che il direttore del Giornale fino a poco tempo fa non solo si sentiva solidale con Fini, ma condivideva la sua visione di un centrodestra di tipo europeo, libero dal ringhio minoritario in materia di etica, immigrazione, diritti, e dove comunque ci fosse libertà di parola per tutti. Ma persino il “nuovo” Feltri, quello che ieri ha messo nero su bianco l’invito a rientrare nei ranghi, deve ammettere che sul tema più caldo del momento (il testamento biologico) «molti sono daccordo con Fini, perfino nel Pdl, me compreso ».
E allora? Qual è il problema? Tecnicamente l’invettiva del Giornale è appesa al fatto che Fini a Genova avrebbe criticato il quotidiano per l’affaire Boffo, ma è un appiglio risibile: la frase testuale del presidente della Camera («Fermiamoci, fermatevi, perché se si continua con quello che si è visto negli ultimi due mesi, si imbocca una china pericolosa») non lasciava dubbi sull’intenzione di dare un segnale a tutto campo, certo non limitato alla vicenda di Avvenire. Insomma, ogni dettaglio fa pensare che l’attacco a freddo vada ancorato a un contesto più ampio, dove le ragioni “di merito” sono esili e contano di più altre suggestioni. E quindi che al di là delle risposte giornalistiche – quelle che abbiamo visto – la situazione richieda una risposta politica anche perché Gianfranco Fini non è solo il presidente della Camera, non è solo il cofondatore del Popolo della libertà, ma si è qualificato come punto di riferimento di un’idea di destra maggioritaria, che per la prima volta (come abbiamo cercato di spiegare nel nostro ultimo domenicale) trova una espressione politica forte e trasversalmente apprezzata. È, come ha scritto Luciano Lanna, «una destra non ideologica, sobria e meritocratica, colta e risorgimentale, elegante e rigorosa, laica e non bacchettona, libertaria e attenta ai diritti e non retorica, diffidente della società di massa e liberdell’antipolitica». L’esatto contrario – e qui la citazione è di Alessandro Campi – della destra «populista, rabbiosa e urlante che si è praticata in questo Paese», della destra di stampo qualunquista o, peggio, “lepenista” in cui tanti hanno immaginato a lungo di sterilizzare tutto il nostro mondo per renderlo folkloristico e irrilevante, pago di vedersi elargire le briciole del potere gestito da altri. Se davvero fosse questo il senso dello sgradevole invito di Feltri a «tornare nei ranghi», crediamo che ci sia un problema nel Popolo della libertà. Non lo abbiamo scelto per recitare un ruolo che avremmo tranquillamente potuto esercitare con i nostri simboli storici, chiudendoci nella enclave del dieci-dodici per cento e lucrandone i piccoli- grandi vantaggi personali tipici delle minoranze: seggi, poltrone, finanziamenti da gestire in proprio, padroni in casa nostra. Altre ambizioni avevamo e abbiamo. Le abbiamo dichiarate, arricchendo il dibattito congressuale e post-congressuale del Pdl. Su di esse abbia abbiamo acquisito consensi non marginali, non ultime le aperture di importanti esponenti della ex-Forza Italia (pensiamo alla bella intervista di Franco Frattini al Corriere sul tema della laicità). Tutto ciò è un valore aggiunto per il Pdl, il polmone di un confronto non ideologico sulla realtà che rappresenta – a nostro avviso – il vero nocciolo della rivoluzione berlusconiana, quella delle origini, a cui siamo senz’altro più fedeli noi che i teorici dell’ordalia quotidiana e del giochino “a chi è più di destra”. Anche perché quel giochino sta quotidianamente snaturando il profilo del Popolo della libertà e tradendo la sua stessa denominazione con l’immagine di un partito becero, nevrastenico, con la bava alla bocca, che abbaia contro gli avversari e adesso anche contro gli alleati con un furore non giustificato dai fatti. Non sappiamo se abbia ragione Campi, se la partita che così confusamente si è aperta sia davvero quella del dopo-Berlusconi. Ma sicuramente crediamo che, qualunque sia, non tocchi ai giornali e ai loro direttori gestirla a suon di invettive: c’è un partito, c’è un leader, ci sono coordinatori, organi politici, assemblee di dirigenti, comitati centrali. La politica, per come la vediamo noi, si fa in quelle sedi (che non sono “ranghi”).
Flavia Perina, Secolo d'Italia


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CULTURA
27 giugno 2009
IL RIBELLE
Il ribelle è colui che ha un profondo rapporto con la libertà. Anzi, è la liberta stessa. Per lui non c’é nulla al di sopra della libertà. Libertà di dire no. Così afferma Ernst Jünger nel Trattato del ribelle. Il ribelle rifiuta l’ordine del mondo in cui è stato gettato e lo respinge in nome di un altro sistema di valori che, a differenza del rivoluzionario, non trova in una ideologia già bella e pronta ma nelle mutevoli condizioni della sua esistenza. Perché la libertà che insegue è al presente o non è; è materiale o non è. Il ribelle non fa rivoluzioni la cui efficacia si potrà misurare in un futuro più o meno lontano, ma rivolte che valgono di per se stesse e sono legate a una causa e a una situazione contingenti. Non cerca trasformazioni radicali del mondo, che anzi non smette mai di abitare, ma un rapporto diretto con libertà contro il pensiero unico, i luoghi comuni, l’uguaglianza universale e astratta slegata da ogni elemento concreto e appiattita sull’identico, gli apparati di potere le cui fondamenta affondano sulla pretesa di possedere la rappresentanza di una società che non esiste più. Ma soprattutto contro chi, in nome dell’ordine e della legalità, lo bracca per rinchiuderlo nei recinti duri e asfissianti dei divieti, delle identità, dei controlli che, di fronte all’incapacità del mercato di governare i grandi spazi, disegnano ormai in maniera totale e capillare il mondo divenuto metropoli.

Ecco perché il ribelle contemporaneo, a differenza di quello jungheriano, non sceglie di “passare al bosco”: non può farlo perché non ci sono più “meridiani zero” da varcare, non ci sono più boschi, né altri luoghi di esilio dove fuggire e dissociarsi. Si muove invece in un luogo e in un tempo precisi e risponde sempre alle domande: dove chiedere libertà? Quale libertà? Come raggiungerla? Quando? Essere ribelle è sì uno stato d’animo ma non segue coattivamente alcuna legge di natura e non appartiene ad alcun ordine esistenziale (non si nasce ribelli) ma si origina e si forgia sul territorio, su quel territorio, e si spegne quando le cause che generano quello stato d’animo spariscono. La libertà, dunque, non è un viaggio interiore che si può fare ovunque. Dice Spartaco, lo schiavo ribelle: essere liberi sì ma a Roma e non nel nulla. Questa è sempre la posta in gioco di ogni rivolta che determina i suoi obiettivi in maniera concreta, che definisce qui e ora le sue rivendicazioni, che si muove in quello spazio e solo in quello in cui specifiche forme di dominio o di condizioni materiali determinano lo stato di necessità che spinge appunto alla rivolta.

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politica estera
25 giugno 2009
In Iran “qualcosa s’è rotto”
In Iran “qualcosa s’è rotto”. «Vale a dire che quella sorta di complicità che regnava pro bono pacis nella camera dei turbanti, fra gli ayatollah ortodossi, fermi al dettato di Khomeini, e i “riformisti” alla Khatami, per intenderci, è andata in pezzi. Lasciando solitari arbitri della situazione i militari. Un esercito bene addestrato che aspetta solo l’atomica per guardare oltre i confini del cosiddetto “arco della crisi”: dal Golfo all’Indonesia passando per l’Africa afflitta da due orchi: l’Aids e la corruzione. Le ambizioni dei militari, il loro disegno strategico, si coniugano con il sogno dei turbanti khomeinisti». È l’analisi di Igor Man, pubblicata sulla Stampa di oggi. «Sappiamo per esperienza storica – continua Man – e per la frequentazione con i persiani cultori della pace, delle buone letture, “gente come noi”, che i veri “moderati” sono i borghesi e gli studenti: sono loro in queste giornate terribili, a tener vivo il braciere della protesta. Ma è solo un braciere, poiché a ravvivare la protesta sono giustappunto (relativamente) pochi iraniani. Di più: un movimento come quello che sconvolge un grande Paese indoeuropeo con la sua protesta, con i suoi animatori schiaffati in galera, un movimento così lo spegni solo col sangue. Molto sangue». E che qualcosa si sia rotto in modo irreversibile lo sostiene anche Ali Ansari, esperto di politica iraniana, docente di storia moderna a Oxford e columnist del The Guardian. Intervistato dal Messaggero dice: «A questo punto zittire la folla mi sembra impossibile. La rabbia è troppo grande, la frustrazione è straripata. Se pure le proteste si calmassero qualche giorno, dopo la dura repressione di ieri non penso che si fermeranno. L’Onda Verde continuerà ad andare in piazza. Questa è la rivolta più estesa dal 1979. Quindi è necessario che si arrivi a una soluzione che soddisfi la gente, i riformisti e il candidato presidente Mir-Hossein Mussavi. (…)Gli iraniani sono semplicemente stufi della soppressione e della mancanza di libertà. Vogliono e avranno, credo, una repubblica islamica, non un’autocrazia. (…) Penso che sia l’Unione europea che gli Stati Uniti dovrebbero condannare più fermamente quello che sta succedendo in Iran. Ciò che è stato detto e fatto finora non ha avuto sufficiente impatto».Ma in tutto questo, “che fina ha fatto Hillary Clinton?”. Se lo chiede Il Foglio, che parla di un segretario di Stato «che non si vede, non parla, non fa notizia, se non per essersi rotta un gomito e malgrado al momento della sua nomina tutti avessero previsto che sarebbe stata non soltanto la stella più brillante dell’amministrazione e la prima inter pares tra tutti i membri del gabinetto di governo, ma anche una spina nel fianco del presidente. È successo il contrario. I grandi dossier di politica estera – Iran, Afghanistan , Pakistan, Iraq, medioriente, Corea – sono gestiti direttamente dalla Casa Bianca e da una serie di consiglieri personali e inviati speciali che rispondono al presidente.(…) Il centro vitale della politica estera obamiana è il Consiglio per la Sicurezza nazionale, guidato dal generale Jim Jones (…)  A Hillary restano la Russia, l’Asia, le aree geopolitiche meno importanti, ma fin dall’inizio è riuscita a ritagliarsi uno spazio sulle strategie contro la crisi economica globale (…). Obama e Hillary vanno così d’accordo che uno dei rumor più diffusi a Washington vuole Hillary al posto di Biden o prima del voto del 2012 o subito dopo, in modo che la squadra democratica guidata da Obama possa affrontare il secondo mandato con un vicepresidente pronto a raccoglierne l’eredità quattro anni dopo. (…) si sa che Hillary ha consigliato ha consigliato Obama di inviare più truppe in Afghanistan, contrariamente a Biden. E che, con il vicepresidente, ha suggerito di prendere una posizione più dura contro il regime iraniano. Cosa che, all’undicesimo giorno, Obama si è deciso a fare».

Articolo tratto da Fare Futuro Magazine



permalink | inviato da Umberto D il 25/6/2009 alle 13:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
23 giugno 2009
Fra Teheran e Silverstone...
Il serio e il faceto. Anzi: il molto serio e il molto faceto. Ovviamente è impossibile pensare a qualsiasi contatto, seppur metaforico, tra due eventi così distanti: da una parte la tragedia di quello che sta succedendo nelle strade di Teheran, una nuova generazione di ragazzi e ragazze che sognano un nuovo orizzonte oltre l'ultima teocrazia, e persone contro l´ideologia, la vita contro il dogma; dall'altra la ribellione tutta economica nel circo milionario della Formula 1, le case automobilistiche, la rossa Ferrari in testa, che combattono contro un'oligarchia intoccabile per il proprio ruolo, per la loro libertà d'investimento, per il loro legittimo potere, anche. Mondi lontanissimi. Una bestemmia al buon senso accostarli in qualsiasi ragionamento. Eppure, a ben vedere, questi accadimenti, visti da lontano, una cosa in comune ce l'hanno. Dimostrano che nessun potere è inviolabile. Che nessun potere è davvero assoluto. E che, soprattutto, nessun potere è eterno. Troppe volte, per pigrizia o per innato conservatorismo, ci si ferma ad analizzare il mondo come se il paesaggio fosse sempre lo stesso. Una natura morta. Come se le bocce fossero ferme, immobili. In una sorta di sistema tolemaico in cui la terra, le comunità, le nazioni, le culture, le classi e i corpi sociali si accontentano di vivere un eterno presente. Felici per quel che hanno. L'Iran per un verso, la Formula Uno per un altro, dimostrano l'esatto contrario: anche le stelle si possono spegnere. Anche le burocrazie più inaccessibili hanno il loro punto debole. Un punto debole che, molte volte, è semplicemente il tempo che passa. Il dolce fluire di una storia che non sopporta lo status quo. Che non sopporta l'insorgere naturale di nuove generazioni che vogliono, pretendono, il loro spazio. Che scalpitano e sgomitano. Contro le oligarchie. Contro chi pretende che il tempo non passi. Mai.

Articolo di Filippo Rossi tratto da Fare Futuro Magazine



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SOCIETA'
17 giugno 2009
FINALMENTE !!!!!

Blogger: nessun diritto all'anonimato

Lo ha stabilito un giudice inglese: chi fa informazione non può pretendere di mantenere segreta la propria identità.

Il diritto all'anonimato in rete subisce un duro colpo nel Regno Unito. Con quella che potrebbe essere una storica sentenza per tutto il web, la Corte Suprema britannica ha rifiutato di proteggere l'identità di un ufficiale di polizia, attivo online come blogger in modo anonimo.

IL CASO – Come spiega il Times Online, il poliziotto 45enne Richard Horton era infatti autore del blog NightJack (ora sospeso), incentrato essenzialmente sulle indagini svolte dalla polizia, di cui Horton rivelava aneddoti e particolari che solo un insider conosce, talvolta anche criticandone aspramente l’attività. Talmente famoso nel Regno Unito (arrivava a collezionare oltre mezzo milione di visite a settimana), da essersi guadagnato, lo scorso aprile, l’Orwell Prize per la scrittura politica. Quando un giornalista del Times ha scoperto la vera identità dell’autore, il blogger ha immediatamente diffidato il giornale dal renderla nota, sottolineando come per lui fosse importante mantenere l’anonimato al fine di non incorrere in sanzioni disciplinari sul lavoro.

IL RIFIUTO – Ma per il giudice che ha seguito il caso “non c'è nessun valido motivo per restare anonimi”, poiché il postare messaggi su un blog è da considerarsi un’attività tutt’altro che privata. E comunque sia – ha spiegato ancora il giudice – la necessità di rivelare le generalità del blogger risponde in questo caso anche al diritto dei cittadini di conoscere l’identità di chi ha scelto di criticare pubblicamente l’attività della polizia. Quindi, in base a quanto stabilito dalla Corte, il semplice fatto che Horton avesse espresso il desiderio di restare nell’anonimità non rappresentava un obbligo per il quotidiano inglese a rispettarne la volontà. Perché in questo caso l’interesse pubblico ha la precedenza. (FONTE: CORRIERE.IT)

E' il primo passo, ma non sara' l'ultimo! Sono felicissimo di questa notizia!





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POLITICA
13 giugno 2009
Referendum, dieci motivi per il sì
Ecco dieci ottimi motivi per andare a votare al referendum, il 21 giugno, e votare sì:
1) I due grandi partiti italiani se non cambiano le regole elettorali sono destinati a essere ostaggio di due formazioni che ne estremizzano le politiche, i programmi  e i toni.
2) La legge elettorale che uscirà dal referendum favorirà  grandi partiti in grado di governare da soli; le esigenze che oggi sono espresse dai partiti minori potranno trovare una composizione che salvaguardi l’equilibrio tra gli interessi più particolari e quelli più generali della collettività. Tenere in vita tante «botteghe» serve solo gli interessi particolari di chi le conduce e porta a marcare ed estremizzare le differenze al solo fine di rendersi riconoscibili agli occhi degli elettori.
3) Boicottare il referendum per paura di una ulteriore concentrazione di potere nelle mani di Berlusconi significa boicottare la possibilità di un futuro migliore per l’Italia per un timore infondato. Con il nuovo sistema per garantirsi la vittoria il Pdl dovrebbe comunque costruire accordi con le varie componenti che si riconoscono nel centrodestra e la prospettiva sarebbe allora quella di un grande contenitore, magari caratterizzato da solidi patti federativi (es. Cdu-Csu), necessariamente più plurale  e democratico.
4) Il referendum è l’unico strumento per cambiare una legge elettorale che viene chiamata «porcellum» non a caso … è una pessima legge, tutti se ne lamentano ma i partiti sono incapaci di trovare un accordo «alto» per cambiarla.
5) Solo nuove regole, come quelle che possono scaturire dal referendum abrogativo, garantiscono il consolidamento dell’attuale bipolarismo basato su pochi partiti. Questo sistema è sorto, nonostante il «porcellum», grazie alle iniziative speculari di Veltroni e Berlusconi, ma nulla impedisce domani che la situazione cambi, ad esempio che il Pd si disgreghi o che il Pdl, una volta ritiratosi Berlusconi, entri in crisi: le regole attuali non impedirebbero il ritorno a una frammentazione estrema e a coalizioni rissose ed eterogenee.
6) La vittoria del referendum, con l’abolizione della possibilità di candidarsi in più circoscrizioni (terzo quesito), limiterà i danni di uno degli aspetti più odiosi della legge attuale, la «nomina» dei parlamentari attraverso il sistema delle liste chiuse. Questa norma, tanto più grave a causa dei discutibili criteri di scelta usati dai partiti, nell’attuale contesto, dove non esistono primarie o quando esistono sono spesso poco serie, allontana la legge da un genuino spirito democratico; impedire, come vuole fare il referendum, le candidature multiple evita che vi siano dei candidati «scelti» addirittura dopo le elezioni attraverso le rinunce «strategiche» dei pluri-eletti.
7) L’ ennesimo fallimento a causa dell’astensione delegittimerebbe ulteriormente l’istituto del referendum. Ma il referendum è un importante strumento democratico, consente all’opinione pubblica di far sentire la propria voce quando la classe politica non è in grado o non vuole ascoltarla: la democrazia nel nostro paese diventerebbe allora un po’ più povera.
8) Il boicottaggio di una consultazione democratica è un gran brutto segnale e allora diventa importante reagire. Quando la gran parte della classe politica, di governo e di opposizione, invita i cittadini ad astenersi, o più o meno segretamente spera che si astengano, dal partecipare a una consultazione democratica, c’è qualcosa che non va: è proprio questo allora il momento di far sentire la propria voce.
9) Troppo spesso le oligarchie di partito hanno intonato il ritornello «i cittadini non capiscono», questa è l’occasione per  mostrare che i cittadini capiscono benissimo. Non vi è nulla di criptico o incomprensibile nei quesiti referendari: con i primi due (uno per la Camera e uno per il Senato) il premio di maggioranza andrà non alla coalizione ma al partito vincente; con il terzo saranno impedite le candidature multiple. C’est très facile
10) La libertà L’attuale sistema frustra la vocazione maggioritaria dei grandi partiti e Lega e Italia dei Valori, pur con meno di un terzo dei voti di Pdl e Pd sono in grado di dettare le loro condizioni e imporre le loro «visioni» poco liberali sui grandi temi. è un bene inestimabile, ed è compito di tutti preservarla.  Ma libertà non è (solo) stare sopra un albero, non è neanche (solo) un gesto o un’invenzione. La libertà non è (solo) uno spazio libero, libertà è (anche) partecipazione …

Articolo tratto da Fare Futuro Magazine



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POLITICA
9 giugno 2009
SIAMO UNICI A MOLA!


Con la vittoria del Presidente Schittulli e soprattutto con la conferma di Stefano Diperna al consiglio provinciale si è concluso un lungo cammino durato ben 5 anni che ci ha visti nuovamente vincitori.

In tutto questo tempo non ci siamo "seduti" mai una volta, ma abbiamo sempre lavorato cercando di far sentire la nostra voce tra i cittadini molesi.
Un'opposizione costruttiva al consiglio comunale, le conferenze stampe di fine anno, la presenza continua sui blog locali, i comunicati stampa sugli organi di informazione e tante altre iniziative di questo genere hanno fatto sì che il gruppo di sostenitori di Stefano Diperna crescesse sempre più di giorno in giorno. E'stato un piacere, inoltre, vedere i vecchi ragazzi del Fronte della Gioventù, ora adulti realizzati con figli al seguito, riunirsi intorno ad una persona al di là di tutti i cambiamenti che il nostro partito abbia subito negli ultimi 15 anni, segno che l'uomo Stefano Diperna riesce a lasciare una traccia indelebile nell'anima di tutti coloro che lo circondano.
Non è stato, però, un cammino senza insidie. Mentre noi ci siamo proposti esclusivamente con la  forza delle nostre idee, altri, tra cui anche ex colleghi di coalizione, hanno cercato in tutti i modi di denigrare il nostro operato politico. Ma siamo stati più forti ed è anche a loro che dedichiamo la nostra vittoria.
Purtroppo, il tempo per i festeggiamenti sta già per scadere e già da domani cominceremo un nuovo cammino che ci porterà, ne siamo certi, alla conquista del Comune di Mola.
Viva Stefano Diperna, viva Mola di Bari.

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POLITICA
2 giugno 2009
CAMPI DI CONCENTRAMENTO CUBANI

Le Unità Militari di Aiuto alla Produzione o UMAP furono dei campi di lavoro forzato creati da Ernesto Guevara[1] a Cuba nel 1965, che durarono fino al 1968.

Durante un'azione politica su larga scala che si è estesa per tutto il paese migliaia di giovani sono arrestati nelle proprie case e caricati con la forza su treni, camion e autobus verso la provincia di Camagüey in campi di deportazione. Dopodiché venivano trasferiti in zone agricole per il lavoro forzato, soprattutto per tagliare le canne di bambù. Alloggiavano in baracche malsane, ubicate in accampamenti recintati da filo spinato e sorvegliati dalle Forze Armate Rivoluzionarie (Fuerzas Armadas Revolucionarias - FAR).

I primi ad essere presi di mira furono gli omosessuali, ma all'interno furono confinati anche cattolici, testimoni di Geova, evangelisti, avventisti, santeros, e altri tutti gli altri tipi di religiosi. Poi furono internati anche poeti, artisti di spettacolo, intellettuali, dissidenti contrari alla dittatura Castrista e tutti coloro che venivano catalogati come parassiti, scansafatiche o antisociali. Nel 1965 contavano già 45.000 prigionieri.[2]

I prigionieri dei campi UMAP, soprattutto gli omosessuali, erano sottoposti a numerosi tipi di torture come l'uso dell'elettroshock, scarpe di piombo, finte esecuzioni. Inoltre per tenere svegli i prigionieri venivano utilizzate droghe e prodotti chimici come il pentothal.[4]
Le celle erano di 30 metri quadrati e contenevano in media 45 prigionieri ciascuna

In seguito alle proteste della UNEAC (Unione di Scrittori e Artisti di Cuba) e di organismi internazionali di intellettuali[6] gli UMAP sono stati chiusi. Gli ex-confinati – che attualmente fanno parte di una associazone a Miami dello stesso nome – testimoniano gli orrori come mutilazioni e abusi di ogni tipo da parte delle guardie.

Ancora oggi, a Cuba, parlare in maniera approfondita degli UMAP è considerato un tabù[7]. Nel documentario Conducta impropia, di Néstor Almendros e Orlando Jiménez Leal, ci sono le testimoniaze delle molestie e delle sofferenze di coloro sono stati confinati in questi campi.





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SOCIETA'
30 maggio 2009
el trabajo os harà hombres
"IL LAVORO VI FARA' UOMINI"

Conoscere una cruda verità solo nel 2009 ti fa capire quanto sia stata manomessa la storia degli ultimi cinquant'anni dall'egemonia culturale comunista con il silenzio assenso democristiano.
Conseguenza di ciò è la partecipazione di alcuni ai Gay Pride con la maglia di Chè Guevara...




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POLITICA
25 maggio 2009
www.stefanodiperna.it
E' online il sito del candidato alla Provincia, per il Popolo delle Libertà, Stefano Diperna.




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POLITICA
10 maggio 2009
Fini alla guida del Pdl progressita

In arrivo il sostegno a una legge sulle coppie di fatto


Gianfranco Fini è convinto che sia necessario superare “l’ipocrisia” e regolamentare per legge i diritti delle coppie di fatto. A breve – confermano ambienti a lui vicini – è atteso un suo autorevole intervento a riguardo: i tempi sono maturi e il composito gruppo dei finiani, che in Parlamento conta “ex fascisti di sinistra” ma anche ex radicali e socialisti e cattolici democratici, aspetta soltanto che il presidente si schieri. L’occasione per farlo arriverà, è infatti previsto che la Consulta si esprima, forse entro l’estate, sul vuoto di “tutela” nei confronti delle unioni tra persone dello stesso sesso; mentre contemporaneamente alla Camera c’è un disegno di legge del Pdl già pronto e calendarizzato. Una norma che il Secolo d’Italia ha sponsorizzato con queste parole: “La tre giorni congressuale del Pdl, specie dopo il discorso di Gianfranco Fini, ci ha fatto capire che è tempo di guardare al futuro, anche sui temi più sensibili tra i quali il riconoscimento delle coppie di fatto”.

D’altra parte il presidente della Camera, in privato, lo sostiene con forza: “Dobbiamo necessariamente prendere atto che nella nostra società ci sono forme di convivenza non assimilabili alle famiglie ma che vanno tutelate”. Il che riguarda anche le coppie omosessuali, sì, ma con una distinzione e non trascurabile. Perché la parola “matrimonio gay” non figura nel vocabolario di Fini, che al contrario – tutte le volte che ha avuto modo di parlarne – ha espresso contrarietà all’ipotesi che si possano affidare bambini agli omosessuali, ribadendo al contrario che “la famiglia è una sola, monogamica ed eterosessuale”. La logica che ispira il nuovo Fini, libero dal peso della leadership di An ma allo stesso tempo apparentemente più capace di guidare la parte laica del Pdl, è la medesima che lo ha portato a confliggere in questi giorni con la Lega.

Sulle questioni di elementare civiltà continuerò a dire quello che penso”, ha detto ieri il presidente della Camera. Il nuovo Fini, che appare finalmente libero di dire davvero quello che pensa, ieri ha anche spiegato che la sua politica “dei diritti e della laicità” non confligge con le pulsioni dell’elettorato medio di centrodestra: “Rifiuto l’etichetta secondo la quale gli elettori non capiscono – ha detto – Se così fosse, la destra dovrebbe avere totale insensibilità sulla questione dei diritti. Chi l’ha detto? Non sono uno che lo fa, ma vi farei leggere le mail e le lettere che ricevo su questo argomento”. E Alessandro Campi, politologo ascoltato dal presidente, aggiunge: “Le suggestioni che Fini lancia hanno origine da pulsioni e atteggiamenti che vengono da lontano”, dal cuore della destra. Lo conferma anche il deputato ex missino Fabio Granata, che sui diritti delle coppie omosessuali dice: “E’ una questione di civiltà che si intervenga per regolarli”.

Manca poco. Anche se il testo calendarizzato alla Camera – che piace a Renato Brunetta e a Gianfranco Rotondi – è visto da alcuni elementi dell’eterogeneo gruppo che guarda al presidente soltanto come “un punto di partenza”, dice l’ex radicale Benedetto Della Vedova. Lui, considerato il raccordo tra il nuovo “finismo” e l’area libertaria del Pdl, ha studiato – e di concerto con Fini – ipotesi emendative di sensibilità laica sul fine vita (ne discuterà oggi ospite della cattolica fondazione Magna Carta), e già adesso, anche su questo ddl sulle coppie di fatto, pensa a modifiche da proporre affinché – dice – “si irrobustisca” di laicità.
Tuttavia, mentre agli osservatori appare sempre più chiaro che Fini sia ormai la guida della “sinistra” del Pdl, tra i finiani più ortodossi si sviluppa anche una preoccupazione: “Il presidente  non deve essere ‘l’utile fronda’ di un Pdl prono alla volontà di Berlusconi. Le sue prese di posizione e la sua libertà – dicono – devono diventare un ‘sistema’ di governo democratico del partito”.

Articolo di Salvatore Merlo tratto da 'Il Foglio'.




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POLITICA
2 maggio 2009
Fascisti e comunisti di Spagna sepolti insieme

Articolo di Roberto Pellegrino
Da Libero di mercoledì 29 aprile 2009


MADRID. La croce, soprattutto. Il massimo simbolo della cristianità svetta nel cielo della Sierra de Guadarrama e ti guida come fosse una stella cometa, rimanendo sempre presente all’orizzonte, quasi capace di ipnotizzarti di notte quando risplende ed è visibile a oltre 40 chilometri di distanza. E’ gigantesca, la più alta del mondo con i suoi 150 metri di cemento e i suoi bracci di 46 metri. Appare come un enorme chiodo piantato in quello che è un punto di arrivo e di partenza nella cartina a pelle di toro degli ultimi settanta anni di storia di Spagna. Si lascia Madrid e si punta il becco dell’auto in direzione nord ovest per guidare per poco più che 50 chilometri nel verde e nell’ocra arido della Sierra. E si segue la croce, più che le indicazioni per raggiungere la Valle de los Caídos.
È il luogo dove la storia ha lasciato una sua firma con un evento così feroce come fu la guerra civile che insanguinò il Paese dal 1936 al 1939, e dove uomini che non esistono più e uomini che invece sono in vita e sanno ricordare, hanno voluto dare un senso a parole come pace, perdono, rispetto e fratellanza per chi ha combattuto per un’ideologia. Sbagliata o giusta che fosse, qui non si viene per recriminare o aggiungere sale alle ferire della storia. Perchè in questa spianata che sormonta la Sierra, un luogo di roccia spigolosa, candidi marmi e cieli blu cobalto, bisogna entrarvi senza nessuna retorica. Vi riposano vinti e vincitori, “nacionales” di Francisco Franco assieme ai “republicanos”: sono 33.872, un paese. Tutti soldati dei due fronti contrapposti, tutti con i loro diversi ordini di grado militare, tutti con le loro storie, uniche e comuni tra loro. Tutti nello stesso luogo assieme alle tombe di José Antonio Primo de Rivera, fondatore della Falange Spagnola, e di Franco che ha voluto edificare il mausoleo tra il 1940 e il 1958.
È un monumento che non ha eguali al mondo per il suo semplice e disarmante messaggio. Un villaggio che ogni spagnolo, almeno una volta in vita sua, ha visitato, pagando i 5 euro all’ingresso, e che è composto da un’enorme spianata, da un’abbazia benedettina e da una basilica, ricavata scavando 200mila metri cubi di roccia e dove ci sono le tombe di Franco e di de Rivera.
Le due cappelle della basilica accolgono i resti di nazionalisti e repubblicani, in un numero pressoché identico. Sono posizionate nei bracci laterali del transetto che taglia perpendicolarmente i 262 metri della navata. Da qui bisogna iniziare la visita, nel silenzio freddo e austero di questo luogo di culto, poi, una volta ritornati alla luce accecante che avvolge la spianata, si può decidere di arrampicarsi sulla croce, per godere della vista e magari domandarsi se un luogo del genere funzionerebbe in Italia che ogni 25 Aprile osserva il riaffiorare puntuale di divisioni, tra fascisti e antifascisti, mai riconciliati nemmeno davanti alla morte.
Ma l’Italia, da qui è lontana, non solo geograficamente, anche se tra questi resti ci sono anche italiani. E chissà quanti. L’atteggiamento degli spagnoli nei confronti di questa crudele, controversa, dibattuta, pagina della loro storia moderna, è stato spiegato da diversi storici che hanno raccontato come da un profondo trauma, come una guerra fratricida, qualcosa è maturato nelle teste degli spagnoli, innescando quella “Transición” che ha portato a un sostanziale cambio di mentalità negli anni Settanta, raffreddando gli animi davanti all'impegno comune di costruire una solida democrazia. Per andare oltre, gli spagnoli hanno dovuto porre l’accento sui ricordi della guerra, sulla memoria traumatica del conflitto civile e sul desiderio generalizzato di evitare il ripetersi di questo orrore. Partendo da questo, allora, si possono spiegare le posizioni favorevoli alla negoziazione e al consenso dei principali attori politici. Solo così si può spiegare la condivisione di questi accordi da parte della maggioranza della popolazione che ha scelto, senza mai dimenticare o rimuovere i fatti, di non accapigliarsi in strada e tra gli scranni nel nome della sofferenza di altri. E si spiega anche la presenza della Valle de los Caídos, del significato semplice e schietto che questo luogo racchiude: la morte è uguale per tutti e merita solo il rispetto, perché è l’unico evento che si deve leggere con l’unico significato che ha e che è capace di suscitare.
Come quell’enorme croce che ci lasciamo alle spalle, planando sulle strade tortuose che ci riportano a Madrid: quella croce è diventata anche l’enorme parafulmine che tiene lontani rossi e neri, buoni e cattivi, che esorcizza ogni istinto riottoso, che ripulisce dalla dietrologia e dalle manipolazioni storiche.



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